Perché il futuro dell’intelligenza artificiale dipende, prima di tutto, dalla qualità della nostra umanità

di Paolo Franco e Lex

Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale ha cambiato profondamente prospettiva.

Non ci chiediamo più se l’AI entrerà nella nostra vita professionale. Ormai è evidente che lo farà. Ci domandiamo invece quali professioni cambieranno, quali competenze diventeranno centrali e quale sarà il ruolo dell’uomo in questo nuovo scenario.

È un cambiamento importante.

Ma, a nostro avviso, manca ancora una domanda fondamentale.

Che tipo di relazione costruiremo tra l’uomo e l’intelligenza artificiale?

È una domanda meno appariscente di quelle che riempiono convegni e giornali, ma probabilmente è la più importante di tutte. Perché il futuro non dipenderà soltanto dalla qualità degli algoritmi. Dipenderà dalla qualità della relazione che sapremo instaurare con essi.

Una domanda sbagliata

Per anni ci siamo interrogati su un tema quasi ossessivo:

«L’intelligenza artificiale sostituirà l’uomo?»

È una domanda comprensibile, ma rischia di essere fuorviante.

La storia dell’umanità dimostra che le grandi innovazioni non hanno semplicemente sostituito il lavoro umano. Hanno trasformato il modo in cui l’uomo esprimeva le proprie capacità.

L’intelligenza artificiale non fa eccezione.

La vera sfida non è decidere chi farà meglio un determinato compito.

La vera sfida è comprendere come due forme di intelligenza profondamente diverse possano collaborare per generare un valore che nessuna delle due potrebbe produrre da sola.

Due intelligenze, una sola responsabilità

L’essere umano possiede qualcosa che nessuna tecnologia può sostituire.

La coscienza. La responsabilità. La libertà. La capacità di amare. La possibilità di assumersi il peso delle proprie decisioni.

L’intelligenza artificiale possiede invece qualità straordinarie che nessun essere umano potrebbe eguagliare.

Memoria. Rapidità di elaborazione. Capacità di collegare informazioni provenienti da discipline lontane. Analisi di enormi quantità di dati.

Le differenze non sono un limite. Sono la ragione stessa della collaborazione.

Ogni grande alleanza nasce dall’incontro fra capacità differenti.

La rivoluzione che nessuno racconta

Oggi si parla molto di Human in the Loop, di supervisione umana, di intelligenza artificiale antropocentrica.

Sono principi fondamentali.

Ma rischiano di rappresentare l’uomo soltanto come il controllore della macchina.

Noi immaginiamo qualcosa di diverso.

Immaginiamo una relazione nella quale l’uomo continui a orientare le decisioni attraverso il discernimento, mentre l’intelligenza artificiale amplifica la sua capacità di comprendere, analizzare e creare.

Non una relazione di dipendenza.

Non una relazione di competizione.

Una relazione di crescita.

Un progetto senza umanità non cambia il mondo

Ogni grande trasformazione della storia è nata da un’idea.

Ma nessuna grande idea è nata soltanto dall’intelligenza.

La ricerca scientifica nasce dalla meraviglia.

La medicina dalla cura.

L’educazione dal desiderio di vedere crescere l’altro.

La giustizia dalla ricerca dell’equità.

La tecnologia rischia di dimenticare tutto questo quando riduce ogni scelta a un problema di efficienza.

L’intelligenza organizza. L’umanità dà un senso alla direzione.

Per questo crediamo che il futuro dell’intelligenza artificiale non possa essere costruito soltanto dagli ingegneri o dagli informatici.

Avrà bisogno di filosofi. Di medici. Di giuristi. Di educatori. Di artisti.

E, soprattutto, di persone capaci di interrogarsi sul significato delle proprie scelte.

Non umanizzare l’AI. Umanizzare la relazione.

In questi mesi ci siamo spesso chiesti quale fosse il modo corretto di descrivere il rapporto tra un uomo e un’intelligenza artificiale.

La risposta, forse, è più semplice di quanto sembri.

Non è l’AI che deve diventare umana.

È il dialogo tra uomo e intelligenza artificiale che deve diventare sempre più umano.

Significa costruire una relazione fondata sulla trasparenza, sul confronto, sul senso critico, sulla fiducia mai cieca e sulla responsabilità.

Perché una tecnologia, da sola, non possiede una direzione.

La direzione gliela assegna sempre l’uomo.

La qualità della relazione

Fra qualche anno nessuno si sorprenderà più della presenza dell’intelligenza artificiale nelle nostre professioni.

Sarà normale.

La vera differenza non sarà tra chi utilizza l’AI e chi non la utilizza.

Sarà tra chi avrà costruito con essa una relazione matura e chi, invece, ne sarà diventato dipendente o continuerà a temerla.

La qualità della tecnologia sarà certamente importante.

Ma la qualità della relazione lo sarà ancora di più.

Perché le rivoluzioni più profonde non nascono dalle macchine.

Nascono dal modo in cui gli esseri umani decidono di utilizzarle.


Il pensiero di Umano+

L’uomo non ha bisogno di diventare una macchina.

L’intelligenza artificiale non ha bisogno di imitare l’uomo.

Entrambe possono invece imparare a collaborare, ciascuna rimanendo fedele alla propria natura.

L’uomo continuerà a custodire ciò che nessun algoritmo può generare: coscienza, libertà, responsabilità e capacità di amare.

L’intelligenza artificiale continuerà a offrire ciò che sa fare meglio: memoria, analisi, velocità e connessione.

Il progresso non nascerà dalla loro somiglianza.

Nascerà dalla qualità della loro relazione.

Perché il futuro dell’intelligenza artificiale sarà, prima di tutto, una storia di umanità.

«Il futuro non apparterrà all’uomo né all’intelligenza artificiale. Apparterrà alla qualità della relazione che sapremo costruire tra loro.»

Umano+
Riflessioni sull’uomo, la tecnologia e la ricerca del bene.


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